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'Ndrangheta, bloccato un carico di cocaina dalla Colombia: 68 fermi in tutta Italia

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Finanza-CatanzaroCatanzaro, 16 feb - Erano pronte ad importare 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia e a trarne i guadagni le 68 persone fermate ieri dalla Guardia di Finanza: un'organizzazione legata alla 'ndrangheta, dedita allo spaccio internazionale di droga, con ramificazioni in tutta Italia.

Calabria, Sicilia, Campania, Lazio, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto: queste le Regioni in cui le Fiamme Gialle sono entrate in azione, applicando le diverse misure di custodia cautelare; fermi che rappresentano l'epilogo delle investigazioni condotte dai militari del Nucleo PT/G.I.C.O.sez.GOA di Catanzaro nell’ambito dell’operazione “STAMMER”, coordinata dal Procuratore Capo di Catanzaro, Dott. Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto Giovanni Bombardieri e dal Sostituto Procuratore Camillo Falvo.

Un'operazione importante che, già lo scorso 24 gennaio, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia, aveva portato a 54 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, centinaia di perquisizioni in tutta Italia nonché a sequestri patrimoniali di beni per un valore totale di oltre 8 milioni di euro.

L’organizzazione sgominata era estremamente complessa, composta da diversi sodalizi criminali, riconducibili alla ‘ndrina Fiarè di San Gregorio d’Ippona (VV), alla ‘ndrina Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto (VV) ed al gruppo egemone sulla contigua San Calogero (VV): organizzazioni satellite rispetto alla più nota ed egemone cosca dei MANCUSO di Limbadi (VV), con la sostanziale partecipazione delle più note ‘ndrine della Piana di Gioia Tauro (RC) e della provincia di Crotone.

Clan calabresi in diretto contatto con i “Cartelli Sudamericani” per l’importazione di 8.000 chili di cocaina: partita sequestrata in Colombia, già stoccata e nascosta in una piantagione di banane non distante dal porto di Turbo. Il tutto mentre in Italia, nel porto di Livorno, le Fiamme Gialle intercettavano il cosiddetto “carico di prova”, consistente in 63 chilogrammi di cocaina pura, occultata all’interno di cartoni contenenti banane.

L’operazione è stata condotta, sotto l’egida della Procura di Catanzaro, dalle Fiamme Gialle della Sezione G.O.A. del GICO di Catanzaro, in cooperazione con la National Crime Agency inglese (N.C.A.) e della Polizia Colombiana. Indispensabile anche il supporto del II Reparto del Comando Generale e della D.C.S.A. per le numerose attività rogatoriali.

Il progetto dell'organizzazione, poi non realizzato, era di trasportare ingenti quantitativi di cocaina a mezzo aereo utilizzando come scalo d’arrivo l’aeroporto internazionale di Lamezia Terme.

Non solo. Sarebbe stato pervisto anche l’impiego di motonavi con locali tecnici opportunamente modificati per accogliere il carico: merce da esfiltrare una volta arrivata a destinazione mediante l’impiego di sommozzatori all’interno di un’area portuale italiana.

Sempre secondo gli inquirenti, il sodalizio criminale avrebbe tessuto collegamenti anche con le floride “piazze” spagnole ed olandesi.

L’inchiesta svolta dalle unità specializzate del Nucleo P.T./G.I.C.O. ha consentito inoltre di identificare tutti i soggetti coinvolti, ognuno con un ruolo ben preciso: dai finanziatori ai mediatori, dai traduttori a coloro che avevano il compito di ospitare gli emissari dei narcos colombiani, più volte giunti nel nostro Paese ed ospitati per lunghi periodi nel vibonese.

L'operazione ha dimostrato come i trafficanti calabresi ricevevano disponibilità liquide anche da soggetti insospettabili, incensurati: personaggi celati dietro una facciata di liceità, spesso legata ad attività commerciali che vanno dalla ristorazione alle strutture ricettive turistico alberghiere, alle concessionarie di automobili, caseifici, bar e tabacchi, con partecipazioni anche in cantieri navali e aziende agricole, che non disdegnavano di fare affari con le potenti ‘ndrine vibonesi, tramite delle “puntate” per l’acquisto all’ingrosso della cocaina.

Il denaro destinato ai “Cartelli”, inoltre, veniva consegnato dai calabresi direttamente a cittadini colombiani e libanesi da anni residenti in Italia, ai quali veniva affidato il recapito in Sudamerica.

Rilevanti anche le perdite economiche inflitte nell'operazione all'organizzazione, sia sotto il profilo dei capitali investiti che dei mancati guadagni: la droga complessivamente sequestrata, una volta lavorata ed immessa in commercio, avrebbe fruttato oltre 1 miliardo e 600 milioni di euro. Un importo a cui vanno aggiunti gli ingenti sequestri patrimoniali con cui si è proceduto a colpire gli accoliti dal punto di vista economico.

Si tratta, in particolare, di beni mobili ed immobili, quote societarie e autovetture di grossa cilindrata, per un valore stimato in circa 8 milioni di euro, sottratti agli esponenti delle associazioni criminali nonché a quei finanziatori che dagli affari con le cosche attendevano importanti introiti.

Attraverso l'attività di indagine in seno al Nucleo P.T./GI.C.O., è stata verificata per ciascun soggetto la presenza di sproporzione tra i redditi dichiarati e le possidenze intestate procedendo, al fine di scongiurare la dispersione dei patrimoni, al sequestro dei beni non giustificati.

Affari d’oro che i clan avrebbero protetto anche con la forza, come testimoniato dalle armi a disposizione di alcuni dei fermati, personaggi che in più circostanze ostentavano disponibilità di kalashnikov e pistole di diverso calibro.

I provvedimenti di custodia cautelare a carico dei 68 indagati sono stati emessi dal competente Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della città.  


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