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La psicologa: come gestire un rapporto a distanza quando i papà in divisa lavorano lontano dai figli

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Psicologa-padre-gli-militariRoma, 17 dic - (di Alessandra D'Alessio) E’ possibile mantenere il ruolo paterno anche quando la vita militare impone delle distanze fisiche? La risposta è si. Assolutamente si. Non solo è possibile ma è fortemente consigliato poiché il padre ha una funzione educativa molto importante, ha una potenza simbolica forte per le femmine e ancor più per i maschietti. Non deve mai venire meno tale riferimento poiché se la figura paterna venisse ad occupare un posto secondario o marginale, nei figli incalzerebbe un profondo senso di insicurezza e smarrimento.

Questa problematica è molto sentita dal personale del sud Italia che per essere trasferito nella propria regione di nascita impiega molti anni e spesso mi viene richiesto un sostegno nella gestione del rapporto a distanza con i propri figli.

A tale proposito vale la pena fare una premessa: tutti gli studi in ambito sia psicologico che pedagogico hanno definitivamente sancito l’importanza del ruolo paterno per un armonico sviluppo della personalità del figlio, attribuendo al padre importanti e specifiche funzioni fin dai primi mesi di vita di un bambino, in primo luogo quello di favorire un sano processo di separazione dalla madre con il quale inizialmente il bambino ha un rapporto simbiotico, e di introdurre il figlio al rispetto delle regole e delle relazioni sociali.

Al padre, più che alla madre, spetta dunque il ruolo simbolico di essere il primo rappresentante del mondo esterno per un bambino: colui che lo guida verso l’autonomia, verso l’emancipazione, verso competenze individuali e sociali in grado di rendere il figlio un soggetto autonomo e autosufficiente, capace di autocontrollo e di condotte sociali e civili corrette.

La consapevolezza delle funzioni psicopedagogiche del padre ha assegnato una nuova dignità al ruolo paterno, convalidata anche dalle statistiche più recenti che hanno messo in luce il nesso che intercorre in molti casi tra un’assenza del padre e uno scarso profitto scolastico dei figli. Talvolta persino un basso quoziente di intelligenza è stato collegato alla mancata presenza educativa della funzione paterna e comportamenti devianti e aggressivi in alcuni casi sono stati ricondotti al vuoto paterno nello sviluppo infantile e adolescenziale.

La paternità e la maternità possono essere messe a dura prova in molte occasioni, uno dei momenti di criticità maggiore si riscontra indubbiamente quando uno dei due genitori, spesso proprio il padre, è costretto per motivi professionali e lavorativi ad assentarsi per un periodo di vita dalla quotidianità del nucleo familiare.

Il fatto che un padre non viva con i figli non significa che egli non giochi un ruolo attivo nella loro vita. E’ proprio la consapevolezza dell’importanza del ruolo paterno che oggi produce nuovi interrogativi e nuove preoccupazioni. Capita spesso che dei militari mi chiedano quali siano i rischi di un’assenza prolungata dalla vita dei propri figli. In altre parole, quali ripercussioni questa lontananza può avere sullo sviluppo dei figli. Un altro interrogativo che mi viene posto di frequente è se nelle famiglie in cui il padre militare è molto impegnato fuori di casa, sia in maniera continuativa ma anche sporadica, l’intero progetto di cura e di educazione rischi di fallire.

La risposta più immediata potrebbe essere un laconico Si ma solo se il padre somma alla propria assenza da casa l’assenza nel dare il proprio contributo pedagogico.

A tal proposito occorre fare chiarezza proprio sul concetto di "assenza" del padre, e per farlo partirò dal concetto di "presenza".

Esserci, per un papà, vuol dire dare luogo a una presenza che significhi per i figli "voi siete il primo interesse della mia vita" ed esserci per un papà militare vuol dire anche dare luogo e ad un "coinvolgimento dei figli nella nobile missione a cui sono chiamati come uomini".

Questo si traduce in prima istanza nella capacità di aprire continuamente uno spazio di dialogo, ossia di ascolto e di parola, che è il tramite indispensabile affinché il padre conosca la vita dei figli ed è al tempo stesso il mezzo privilegiato affinché i figli partecipino il più possibile alla vita del padre ed al suo ruolo e la sua funzione nella comunità. Il merito della questione, dunque, non è da intendersi nella direzione del "tempo" che si trascorre insieme ma nella "comunicazione" che si instaura, si modifica, e si mantiene nel tempo con i figli.

La comunicazione non è qualcosa che compare all’improvviso da un certo momento in poi nella relazione genitore-figlio. La comunicazione è il primo passo per la relazione. Ad ogni fase della vita del figlio un padre distante geograficamente può essere partecipe e presente in modi ovviamente differenti.

Una prima comunicazione con il figlio è possibile già quando questi è ancora molto piccolo.

In questo periodo il padre lontano, oltre a rendersi presente alla madre come supporto e sostegno, può utilizzare tutte le tecnologie moderne che oggi abbiamo a disposizione e che ci consentono di accorciare le distanze fisiche in maniera diretta e immediata. Il bambino, quando è molto piccolo immagazzina le informazioni del mondo esterno attraverso i cinque sensi. Un padre lontano che non può abbracciare il figlio, accarezzarlo o prenderlo per mano, fargli sentire la sua protezione e il suo amore attraverso il contatto corporeo, può comunque entrare in relazione con lui attraverso i canali della vista e dell’udito.

La quotidianità della presenza e la ripetitività della stessa è un elemento fondamentale.

Attraverso le nuove tecnologie il bambino può cosi "vedere" il padre ogni giorno, può osservare la sua divisa, ne può ascoltare la voce in momenti dedicati che abbiano una durata precisa e stabile e che siano connotati da elementi ludici della sua vita quotidiana: dal cantare le filastrocche che più gli piacciono, alla lettura del suo libro di storie preferito, alla presentazione di un nuovo gioco, alla condivisione della pappa. Per il bambino diventerà un appuntamento fisso, che imparerà ad aspettare ogni giorno, con gioia, partecipando di questi momenti quotidiani insieme alla mamma.

Man mano che i figli crescono anche lo spazio di comunicazione cambia.

Un bambino di quattro o di cinque anni ha esigenze diverse da un bambino di tre e affronta compiti di sviluppo differenti. La quotidianità della presenza è più che mai apprezzata a questa età e può avere una durata maggiore arricchendosi di elementi nuovi. Un padre può instaurare con il figlio dei "rituali" educativi e affettivi: dal buongiorno del mattino prima di andare a scuola, a un momento di condivisione per la cena fino al momento della lettura della fiaba.

Allo stesso tempo il padre può raccontarsi, far entrare il figlio nella sua stessa quotidianità, potrà renderlo partecipe delle missioni a cui ogni giorno è chiamato. La tecnologia può darci ampi suggerimenti in merito. Video e filmati consentono di fare entrare il figlio nel proprio posto di lavoro, nella caserma, nella propria casa, di coinvolgerlo nei propri interessi e momenti di quotidianità.
Ben presto nella vita di un bambino compaiono le prime difficoltà o momenti critici: il litigi con i compagni, i primi insuccessi, i primi tira e molla relativi alle regole e ai divieti, e il padre potrà essere presente attraverso il dialogo quotidiano rigorosamente visivo perché ancora il bambino non è capace di astrazione e ha bisogno di “vedere” per capire e assimilare concetti, regole ed emozioni.
Dai 6 ai 10 anni lo spazio di parola diventa più centrale ed è il momento ideale per imparare alcune strategie utili a stimolare il dialogo. Nella comunicazione quotidiana l’incidenza del papà sarà tanto più efficace quanto più egli saprà usare alcune forme comunicative in favore di altre, per esempio prediligere domande aperte piuttosto che chiuse, ossia un modo di comunicare che spinga il bambino verso il dialogo e che consenta al padre di conoscere più in profondità il punto di vista del suo bambino. A seconda delle esigenze specifiche, il padre che vive lontano, potrà assolvere a un ruolo educativo quotidiano, di concerto con la madre. Potrà essere, per esempio, colui che supervisiona i compiti del figlio ogni giorno.

Fra i periodi più difficili nel rapporto genitori/figli c'è quello dell'adolescenza, quando i ragazzi incominciano a mettere in discussione il ruolo degli adulti, ma il dialogo costruito durante l’infanzia farà la differenza nei momenti di maggiore ostilità.

Per essere un "buon papà" occorre essere attento ai bisogni del figlio, ai suoi cambiamenti e alle sue attitudini.

Questo atteggiamento, al di là di ogni distanza fisica o geografica, è quello che conta, ed è quello che permetterà al bambino e all’adolescente di diventare un adulto sereno. Un padre può essere presente anche se lontano e può farlo quando è un portatore di valori, un modello, quando è pienamente consapevole che i figli, già da quando sono molto piccoli, osservano le sue condotte e guardano a lui come stimolo a scegliere determinati comportamenti.Un padre è presente quando incoraggia e dà forza, ovvero aiuta a risolvere i problemi. Un padre è presente quando dà sicurezza, ossia non delega nessun aspetto educativo esclusivamente alla madre ma protegge i suoi figli imponendo delle regole e dei limiti in accordo con la madre ed al tempo stesso è interessato alla causa dei comportamenti da correggere.

A mio parere, il punto di forza della relazione padre–figlio, sta sia nel modo in cui il padre percepisce se stesso ed a questo livello un militare è molto agevolato, sia nel modo in cui percepisce il suo ruolo di genitore, al di là di qualsiasi distanza. Se egli è pienamente consapevole della paternità e se plasma la sua vita in funzione dei due ruoli sui quali è chiamato, il figlio si sentirà protetto e amato. Ed il padre sarà sempre il padre, anche se vive lontano.


foto-dalessioAlessandra D'Alessio
La dott.ssa D'Alessio ha conseguito la laurea nell’anno 2000 presso l'Università degli studi "La Sapienza" di Roma con specializzazione in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni. Successivamente ha frequentato il corso di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica ad Orientamento Lacaniano presso L’Istituto Freudiano di Roma.

Attualmente si occupa di interventi di prevenzione, diagnosi e sostegno psicologico, in modo particolare si occupa di disturbi relazionali, dipendenze affettive, fobie, panico, disturbi ossessivo-compulsivi (compresi disturbi alimentari) e disturbi post-traumatici da stress.

Effettua seminari psicopedagogici presso numerose scuole romane dove affronta le tematiche inerenti la prevenzione della devianza e del bullismo ed è incaricata presso due asili nido romani per l’attività di sostegno alla genitorialità.

La dott.ssa D'Alessio risponde gratuitamente ai nostri lettori Icon_External_Link sul Forum

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