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Violenza sulle donne, la Corte di Strasburgo condanna l'Italia: non ha protetto madre e figlio

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Corte_StrasburgoStrasburgo, 2 mar - L'Italia è venuta meno ai propri obblighi di proteggere una donna, che ha subito un tentativo di omicidio ad opera del marito, e suo figlio, che è stato ucciso dal padre a coltellate, perché le autorità non sono intervenute prontamente in un caso di violenze in famiglia. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, nella sentenza relativa ad un caso che riguarda una cittadina rumena, E.T., che vive in provincia di Udine. «Non ci sono spiegazioni plausibili per l'inerzia delle autorità per un periodo così lungo, sette mesi, prima di avviare il procedimento penale», nota la Corte, che accusa gli organi competenti di avere di fatto, rimanendo a lungo passivi, «avallato» la violenza.

La Corte ha riscontrato nel caso la violazione del diritto alla vita, della proibizione di trattamenti inumani e degradanti e della proibizione di discriminazione (articoli 2, 3 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo).

Per i giudici di Strasburgo le autorità italiane «non hanno intrapreso rapidamente azioni riguardo alla denuncia» della donna, in tal modo rendendo la denuncia inefficace e «creando una situazione di impunità che ha portato al ripetersi di atti di violenza, che sono poi risultati nel tentato omicidio della donna e nella morte di suo figlio. Le autorità italiane sono quindi venute meno al loro obbligo di proteggere la vita delle persone in questione».

La Corte ha anche stabilito che «la donna e i suoi figli vivevano in un clima di violenza abbastanza seria da essere considerata maltrattamento e che il modo in cui le autorità hanno condotto le indagini indicano un atteggiamento passivo dell'autorità giudiziaria. La Corte infine ritiene che la vittima sia stata oggetto di discriminazione in quanto donna per quanto concerne la mancanza di azioni da parte delle autorità, che hanno sottovalutato la violenza in questione e quindi, in ultima analisi, l'hanno avallata».

La Corte ha stabilito che l'Italia deve pagare alla vittima 30mila euro per danni non pecuniari e 10mila a titolo di rimborso delle spese affrontate.

I fatti iniziano nel 2012, quando, in giugno, la donna riferisce alle autorità di polizia (la Corte non specifica se si trattasse di Carabinieri o Polizia, ma usa il termine 'police', ndr) che il marito, A.T. con problemi di alcoolismo, aveva picchiato lei e la figlia. Arrivati sul posto gli agenti hanno trovato l'uomo ubriaco in strada e hanno verbalizzato le ferite riportate da madre e figlia. Non è stata sporta formale denuncia, in questa occasione.

Il 19 agosto 2012, la donna è stata ancora una volta minacciata dal marito con un coltello: l'uomo l'ha quindi costretta a seguirlo, perché avesse rapporti sessuali con lui e con dei suoi amici. Lungo la strada, E.T. ha chiesto aiuto a una pattuglia di polizia; gli agenti hanno multato l'uomo per il porto illegale del coltello e si sono limitati ad invitare la donna di andare a casa. E. T. si è invece recata al Pronto Soccorso, dove i sanitari hanno rilevato multiple lesioni e una ferita alla testa, giudicate guaribili in una settimana.

E.T. è stata accolta da un'associazione che aiuta le donne maltrattate, per tre mesi, dopodiché se ne è dovuta andare per mancanza di spazio. Ha quindi dormito in strada, ospite di amici per qualche tempo e infine ha trovato lavoro come badante, cosa che le ha consentito di affittare un appartamento. Il marito, però, continuava a chiamarla. Il 5 settembre 2012 la donna ha sporto formale denuncia per lesioni, maltrattamenti e minacce, chiedendo alle autorità di proteggere lei e i suoi figli.

E.T. è stata quindi interrogata per la prima volta il 4 aprile 2013, ben sette mesi dopo; in quella occasione ha mitigato le accuse, rivedendo le dichiarazioni rilasciate in precedenza. Nell'agosto 2013 il caso viene archiviato; nell'ottobre 2015 il marito verrà però multato per 2mila euro, proprio per averle provocato delle lesioni. Il 25 novembre 2013 E.T. chiama ancora la polizia, riferendo di una lite con il marito, che era stato nel frattempo trasportato in ospedale in stato di intossicazione.

Dimesso dall'ospedale, l'uomo è stato identificato da una pattuglia alle due e mezza di notte, mentre vagava ubriaco per strada. È stato quindi multato sul posto e rimandato a casa. Alle cinque di mattina è tornato nell'appartamento e, brandendo un coltello da cucina, ha aggredito la moglie, accoltellando a morte il figlio, che aveva tentato di intervenire.

Mentre la donna tentava di fuggire, le ha vibrato più coltellate al petto. Nel gennaio 2015 l'uomo è stato infine condannato all'ergastolo per omicidio e tentato omicidio, per porto illegale di armi e per maltrattamenti nei confronti della moglie e della figlia.(AdnKronos)


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